Era il 1944 e Diana era una bambina...

Aggiornamento: 24 feb




Se siete impressionabili, non leggete quanto sto per riportare, se invece avete lo stomaco forte, proseguite.

Avevo scritto e messo da parte questa storia, col senno poi di pubblicarla al momento opportuno, che direi è ora giunto.

Tutto è accaduto in una calda mattina d’autunno, ai Giardini Pubblici in Porta Venezia. Passeggiavo con il cane, un caldo infernale nonostante fosse Ottobre, mi fermai ad un chioschetto mobile che vendeva granite.

Mi prepara una bella granita al lampone una signora, carina, gentile. Dietro di lei è seduta su una seggiola una signora anziana, dall’aria simpatica. Era sua mamma.

La guardo, mi sorride e mi fa ,guardando la mia cagnolina “heeee hai caldo he bestiola? vieni che c’è dell’acqua anche per te”.

Sorrido, mi avvicino e faccio abbeverare la Patrizia (la mia cagnolina).

Avete presente quelle persone anziane che attaccano bottone dal nulla e iniziano a raccontarvi la loro vita? Mi parla sospirando, mi parla della sua vita di “privazioni”…”ma privazioni in che senso, perché signora”?

Alza la manica, e mi mostra un tatuaggio sull’avambraccio: era uno di quei numeri identificativi dei campi di concentramento.

Rimango per qualche istante ammutolito, interdetto, non riesco ad avere una reazione, anche perchè non sapevo cosa dire e come reagire, era la prima volta che mi trovavo in una situazione del genere. Ma cercai di trattenere la commozione guardandola negli occhi dopo aver visto il suo braccio.

E così lei si lasciò andare. “Mi chiamo Diana”

E inizia il suo racconto.

Era il 1944, Diana era una bambina, fu svegliata nel bel mezzo della notte da suo papà, che la scaraventò letteralmente giù dal letto con violenza, urlando “scappa giu da mamma, scappa giu da mamma”.

Diana iniziò a piangere spaventata , non capendo cosa significasse quel trambusto. Corse al piano di sotto da sua mamma che era con una valigia chiusa alla meglio con pochi abiti dentro, prese per il braccio Diana, aprì la porta di casa e scapparono come ladre nel cuore della notte.

Sulla strada vennero però fermate e identificate, “dovete venire con noi”.

Le portarono nel carcere di San Vittore, senza alcuna spiegazione. Diana piangeva, non capiva nulla.

Il mattino seguente, furono portate in Stazione Centrale. Le fecero entrare assieme ad altre centinaia di persone, tramite i sotterranei, sui binari che si usavano per il trasporto di merci e bestiame.

Diana e sua mamma furono spinte in un vagone, c’era gente che urlava, piangeva. La mamma di Diana continuava ad abbracciarla e a dirle “Non preoccuparti non succede nulla andrà bene”.

Si chiusero le porte del vagone. Quelle porte non si riaprirono più per ben 3 lunghi giorni.

Tre giorni chiusi a centinaia in un vagone, con persone che battevano i pugni sulla porta supplicando di aprire, c’era chi urinava e defecava sul posto dalla paura, non avendo nulla dove poter far scivolare i propri bisogni fisiologici. Molti iniziarono a leccare l’urina per terra stremati dalla sete.

Diana parla di un fetore talmente nauseabondo che ha vomitato almeno 3 volte al giorno. Il tutto senza cibo, né acqua. Diversi su quel vagone non ce l’hanno fatta.

Al terzo giorno, aperte le porte, è scattato il fuggi fuggi generale, per correre fuori a prendere aria fresca, le persone camminavano calpestando i morti riversati nel sudiciume: su anziani, su bambini, la cosa primordiale era uscire fuori a respirare.

Diana fu una delle poche a non essere separata da sua mamma. Che morirà qualche settimana dopo, in una camera a gas, cosa che scoprirà solo quando tutto sarà finito. Di suo papà non seppe più nulla già da quella fatidica notte.

Appena arrivate furono mandate nelle docce: bagnate e rivestite, furono cacciate all’aperto , dove le costrinsero per divertimento a rotolarsi sulla neve, chi non lo faceva veniva picchiato a sangue.

Il vitto giornaliero prevedeva sia per grandi che bambini un caffè senza zucchero e un litro di zuppa di rape, a qualcuno ogni tanto capitava dentro un pezzo di carne, di sera 100 g. di pane e ancora zuppa.

Diana parla e ricorda due cose in particolare che la affliggevano: il tormento della fame e le torture giornaliere attorno a se, spesso bastonate in faccia e sulla schiena per motivi futili.

Ricorda in particolare una scena abominevole, che ancora porta dentro di se: una neonata che beveva dal seno della mamma che giaceva morta per terra. Prelevarono il corpo della donna caricandola su una carriola, staccando la neonata dal seno, afferrandola per una gamba e sbattendola su un giaciglio.

Fu una scena che ancora oggi le dà incubi, a questo si aggiungeva la tortura della fame che non gli dava tregua neanche nel sonno.

Una mattina Diana assieme ad altri bambini, fu prelevata e portata in una clinica: tutto quello che ricorda è una siringa e una successiva febbre alta, probabilmente fu vittima di alcuni esperimenti di un farmaco.

Diana ricorda una ragazzina più grande che si prese cura di lei, di nome Tamara, non ha mai saputo più nulla.

Dopo qualche settimana si iniziò ad avvertire qualcosa nell’aria, erano gli alleati che si avvicinavano sempre più, loro iniziarono ad essere più nervosi, ad ammazzare quanta più gente possibile a mucchi nelle camere a gas.

Finché un giorno si sparse la voce e corsero tutti fuori dalle recinzioni: malati, zoppicanti, barcollando, cadendo, si precipitarono verso i loro liberatori li fuori.

Diana ricorda che quando gli alleati iniziarono a dar loro da mangiare, ci furono tante indigestioni, malori, diarree, perchè gli stomaci non erano più abituati al cibo.

Dopo 2 settimane Diana fu caricata su un camion diretto verso l’Alto Adige, finalmente era in italia. L’inferno in terra era finito.

Mi dice che in vita sua non ha mai più voluto prendere un treno. Ha preso aerei, viaggia in macchina, in nave, ma mai più treni, e che non si è neanche mai più voluta avvicinare alla Stazione Centrale: “vedo quel posto come l’antro dell’inferno, tutto è iniziato lì, solo al pensiero di passarci davanti ho il vomito, ci credi che non ho mai più messo piede? ho continuato la mia vita, mi sono sposata, sono diventata grande, ho la mia bellissima figlia, i nipoti, ma vivo da sempre con la morte nel cuore, perchè so di cosa è capace l’uomo, molte volte guardando i miei nipoti mi chiedo come sarà il loro mondo? però con gli anni un pochino son diventata ottimista, perchè sono ancora ricca di memoria nonostante ormai sia più di la che di qua (ride), mi auguro solo che anche quando non ci sarò più, il mondo non dimentichi mai le vite come la mia, e che nessuno abbia mai il cattivo gusto di paragonare una qualsiasi situazione odierna a quello che io ho vissuto, perchè mi fa davvero tanto male sentire certe cose e certi paragoni, pure oggi che sono vecchia.

Comunque, la vuoi un ‘altra granita? ne faccio una al limone, mi hai fatto venire sete”.

Ciao Diana.

Spero di incontrarti ancora milioni di volte. Spero che donne come te abbiano il dono dell’immortalità.

Angelo

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